Quando il carico emotivo diventa insostenibile, il corpo e la mente si esauriscono. Non devi gestire tutto da solo: ti aiuto a elaborare le tensioni accumulate e a superare le ferite del passato. Insieme, lavoreremo per passare dalla semplice “sopravvivenza” alla riappropriazione della tua energia vitale.

Dopo un evento traumatico, come un incidente o un’aggressione, la maggior parte delle persone ritrova il proprio equilibrio in poche settimane o mesi. In alcuni casi però, il ricordo si ripresenta come se l’evento stesse accadendo ancora. Compare negli incubi o in immagini improvvise, il corpo resta in allerta e la vita si organizza intorno a ciò che va evitato. Quando questo stato dura più di un mese si parla di disturbo post-traumatico da stress, o PTSD. Jung osservava che rievocare il trauma aiuta quando l’esperienza viene a poco a poco ricollegata alla propria storia, e che in questo processo conta la presenza di un altro individuo (il terapeuta). In psicoterapia, a Como e online, accompagno la persona perché ciò che è accaduto possa essere rielaborato efficacemente, verso una direzione più adattiva e piena di significato.

Che cosa tiene quel ricordo ancorato al presente?

Il trauma complesso nasce da esperienze dolorose ripetute a lungo, in situazioni da cui era difficile o impossibile sottrarsi, come anni di violenza domestica o un’infanzia segnata da maltrattamenti. L’ICD-11, la classificazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, riconosce il disturbo post-traumatico complesso come una diagnosi distinta. Ai ricordi che ritornano si aggiungono emozioni difficili da regolare, un’immagine di sé dominata dalla vergogna e relazioni in cui il bisogno degli altri convive con la diffidenza. Nel mio studio di Como, e online, il lavoro procede per gradi e mette la sicurezza prima del ricordo. Nella relazione terapeutica, costruita con pazienza, diventa possibile sperimentare un legame che non ripete quello che ha ferito.

Quanto tempo serve per tornare a fidarsi, quando quella fiducia è stata tradita più volte?

Quando si pensa ai traumi infantili vengono in mente episodi gravi, come un maltrattamento o un abuso. Può pesare altrettanto, ed è più difficile da riconoscere, ciò che invece è mancato per anni, come per esempio un adulto capace di consolare, di ascoltare, di prendere in carico i bisogni del bambino. Chi è cresciuto così dice spesso di non aver subito nulla di grave. Per farcela, un bambino impara strategie che lo proteggono, come non chiedere niente o tenere tutto sotto controllo, e le stesse strategie restano attive nella vita adulta, quando ormai costano più di quanto proteggano. Il lavoro in psicoterapia, in presenza in studio oppure online, parte da ciò che accade oggi, nelle relazioni e nel modo di trattare sé stessi, senza andare a caccia di ricordi nascosti.

Che cosa ha imparato a non chiedere il bambino che si è stati?

Nei giorni successivi a un evento traumatico capita di sentirsi storditi, come se ciò che è accaduto non fosse reale, e di alternare calma apparente e ondate di paura. Nella maggior parte dei casi sono reazioni normali a un evento fuori misura, e si attenuano nel giro di qualche settimana. Jung vedeva nello shock emotivo l’origine di molti complessi, frammenti della psiche che si staccano dal resto e agiscono per conto proprio. Spingere chi l’ha vissuto a raccontare tutto subito non aiuta, e a volte peggiora le cose. A Como e online accompagno chi ha attraversato un’esperienza simile, senza forzare il racconto e prendendo in carico i bisogni emotivi più problematici.

Di quanto tempo ha bisogno la psiche per accorgersi che il pericolo è finito?

La risposta di stress è un allarme pensato per le emergenze, e una volta superato il pericolo il corpo torna a riposo. Quando le richieste non si interrompono mai, come in un lavoro senza orari, quell’allarme resta acceso e diventa lo stato abituale, al punto che non lo si nota più. Lo stress cronico si riconosce allora da segnali indiretti, come un’irritabilità sproporzionata per piccoli imprevisti o il raffreddore che arriva puntuale nei primi giorni di ferie. Nel tempo logora la salute fisica e l’umore. In psicoterapia, a Como e online, cerco di capire con la persona che cosa tenga acceso l’allarme, compresa la parte che dipende da lei, come la difficoltà a fermarsi.
Da quanto tempo l’allarme è acceso, senza che ci si faccia più caso?

Il corpo reagisce alle tensioni emotive anche quando la mente sembra tranquilla. All’inizio del Novecento Jung lo osservò durante un esperimento di associazione verbale, in cui le parole legate a un nodo emotivo alteravano il respiro e la risposta elettrica della pelle. Uno stress prolungato lascia tracce simili, più durature: la cervicale sempre rigida, i denti serrati di notte, lo stomaco chiuso, i mal di testa ricorrenti. Sono disturbi reali che vengono puntualmente presi in carico dal terapeuta e che spesso richiedono anche una valutazione medica, per escluse cause gravi o danni non visibili. E’ quindi importante capire che parlare di somatizzazione, non significa considerare il disturbo immaginario. Durante la psicoterapia, in studio a Como oppure online, si cercano le parole per ciò che il corpo sta portando da solo.

Quale tensione, nel corpo, aspetta ancora di trovare parole?

Per l’Organizzazione mondiale della sanità il burnout è l’effetto di uno stress lavorativo cronico e si riconosce da esaurimento, distacco cinico dal proprio lavoro e senso di inefficacia. Colpisce spesso chi al lavoro aveva dato molto. Jung metteva in guardia dall’identificarsi con la Persona, ovvero il volto pubblico con cui ci si presenta agli altri, perché quando quel volto diventa tutto ciò che si è, il suo logoramento investe l’intera identità. Per questo le ferie, da sole, di rado bastano. In psicoterapia, a Como e online, tengo conto delle condizioni organizzative, che hanno sempre un peso, e del legame con il proprio ruolo.

Che cosa resta di sé, quando ci spogliamo del nostro ruolo sociale e lavorativo?

Il burnout genitoriale è un esaurimento legato al ruolo di genitore, diverso dalla normale stanchezza di chi cresce dei figli. Chi lo vive si sente svuotato, si occupa dei figli in modo meccanico, con una distanza emotiva che spaventa, e non si riconosce più nel genitore che era. Questo esaurimento si alimenta spesso di un ideale di genitore eccessivo, difficile da sostenere. Dal ruolo di genitore non ci si può dimettere, e la vergogna spinge a nascondere ciò che si prova. Nel mio studio in presenza, e anche online, lavoro individualmente o in coppia, su ciò che esaurisce maggiormente e su tutte le difficoltà principali che emergono in questi casi. 

A quale ideale di genitore si sta cercando di somigliare?

Fare da caregiver a un familiare non autosufficiente vuol dire vivere per anni tra visite mediche, permessi “104” e notti interrotte, con poco tempo per il resto. Il burnout che ne deriva ha anche una parte meno visibile, fatta di sentimenti difficili da ammettere, come il risentimento verso la persona assistita o il desiderio di riavere la propria vita. Sono sentimenti molto comuni, eppure alimentano sensi di colpa che spingono a fare ancora di più. Chiedere aiuto, a quel punto, sembra un tradimento. In psicoterapia, in studio a Como oppure online, si può dire anche ciò che altrove resta taciuto, e ritrovare un posto per sé.

Quanto spazio è rimasto, in questi anni, per i propri bisogni?

Si parla di mobbing quando, sul lavoro, una persona è esposta per mesi a comportamenti ostili e ripetuti, come l’esclusione dalle riunioni o l’assegnazione di compiti inutili, che finiscono per emarginare. Con il tempo chi lo subisce comincia a dubitare del proprio valore e a cercare la colpa in sé, mentre il malessere si fa sentire nel sonno, nell’umore e nel corpo. Lo stress lavoro-correlato è un concetto più ampio, che riguarda l’organizzazione del lavoro e che le aziende sono tenute per legge a valutare. In psicoterapia, sia in studio che online, aiuto la persona a dare un nome a ciò che accade e a ritrovare fiducia nel proprio giudizio, che serve anche per decidere come tutelarsi.
Da quanto tempo si dubita di ciò che si vede?

Chi lavora come frontaliere attraversa il confine ogni giorno e vive tra due sistemi, con regole e ritmi diversi. Alle levatacce e alle code in dogana si somma una fatica meno visibile, perché al lavoro si resta un po’ stranieri e a casa si arriva quando la giornata degli altri è finita. Questo disagio trova poco ascolto, dato che lo stipendio più alto sembra togliere il diritto di lamentarsi, e per la stessa ragione la scelta fatta anni prima diventa difficile da rimettere in discussione. Nel mio studio di Como, a pochi chilometri dal confine, e online, aiuto la persona a riconoscere quanto sia necessario sacrificare per condurre questa vita divisa, per sceglierla di nuovo, o eventualmente cambiarla, con più libertà.

Quanto di sé resta ogni giorno dall’altra parte del confine?

Un cambiamento non pesa in proporzione alla sua gravità apparente. Anche una svolta desiderata, come una promozione o il trasloco in una casa più grande, comporta delle perdite, e il disagio che ne nasce sorprende perché sembra senza ragione. Un passaggio diventa difficile soprattutto quando tocca ciò su cui ci si appoggiava per riconoscersi, come un ruolo, un luogo, una relazione o un’idea di futuro. Di solito l’adattamento richiede qualche mese. Quando il malessere compromette la vita quotidiana si parla di disturbo dell’adattamento, una condizione frequente. Nel mio studio in presenza, oppure online, metto a fuoco con la persona che cosa il cambiamento abbia tolto, oltre a ciò che ha portato.
Su che cosa ci si appoggiava, prima di questo cambiamento?

Con il lavoro si perde un reddito e, insieme, molto di ciò che il lavoro dava, senza che lo si notasse, come un orario che scandiva le giornate o un posto riconosciuto tra gli altri. Negli anni Trenta, in un villaggio austriaco rimasto senza la sua fabbrica, uno studio rilevò che la disoccupazione portava più alla rassegnazione che alla protesta, e che il tempo stesso perdeva forma. Pesa anche la vergogna, che fa temere la domanda «che lavoro fai?» e a volte spinge a tacere la notizia in famiglia. In psicoterapia, in presenza e online, si elabora la perdita e si cerca un nuovo orientamento, tenendo distinto il proprio valore dal ruolo che si ricopriva.

Che cosa ci garantiva il lavoro, oltre allo stipendio?

Trasferirsi in un’altra città o all’estero è spesso una scelta, e per questo il disagio dei mesi successivi può sembrare ingiustificato. Chi espatria si scopre competente al lavoro e impacciato nelle cose più semplici, come una telefonata al medico, e sente la mancanza di una lingua in cui essere sé stesso senza sforzo. Quando la rete di amici e familiari è lontana, ogni difficoltà pesa di più. Anche il rientro, dopo anni, può portare un disorientamento inatteso. In psicoterapia si può riconoscere ciò che la partenza ha lasciato indietro. Con chi vive all’estero lavoro online, in italiano, e con chi si è trasferito a Como anche in studio.

In quale lingua si riesce a dire davvero come si sta?

La nascita di un figlio trasforma l’identità di chi diventa genitore, oltre alla vita di coppia e all’organizzazione delle giornate. All’amore si accompagnano la stanchezza e, a volte, un senso di estraneità verso il neonato. È difficile ammetterlo, perfino a sé stessi. Riaffiora poi la propria infanzia, e capita di ritrovarsi a ripetere le frasi che ci si era ripromessi di non dire mai. Una tristezza che non passa o pensieri che spaventano richiedono una valutazione, perché possono indicare una depressione perinatale, che riguarda circa una madre su dieci e non risparmia i padri. Accompagno madri e padri, individualmente, sia in studio che online, mentre imparano a fare spazio al genitore che stanno diventando.
Quale frase dei propri genitori ci si è sorpresi a ripetere?

Il pensionamento viene atteso a lungo, e il tempo libero promesso può rivelarsi più difficile da vivere di quanto si fosse previsto. Passata l’aria di vacanza delle prime settimane, ci si può sentire superflui, o veder cambiare gli equilibri in casa ora che si sta insieme tutto il giorno. In Italia, poi, quel tempo viene spesso occupato subito dalle necessità degli altri, come i nipoti o genitori anziani da accudire, e la domanda su che cosa si desideri per sé, resta in sospeso. In studio a Como oppure online, aiuto chi attraversa questo passaggio a trovare un uso del tempo che gli appartenga.

Che cosa si è rimandato, per anni, «a quando sarò in pensione»?

Dopo una diagnosi importante, propria o di una persona cara, il calendario si riempie di esami, attese e terapie, e la malattia diventa il centro di ogni giornata. Alla psiche servono tempi diversi da quelli della medicina per fare i conti con ciò che è cambiato. Intorno, spesso con le migliori intenzioni, si ripete che bisogna restare positivi e combattere, e chi ha paura o è sfinito finisce per sentirsi in colpa anche di questo. In psicoterapia, a Como e online, accanto alle cure mediche, la paura e le domande che la malattia porta con sé possono essere dette senza l’obbligo di mostrarsi forti.
Con chi si può essere stanchi, senza doversi giustificare?

Una donna può vivere il proprio parto come traumatico anche quando, dal punto di vista medico, tutto si è concluso bene. Pesano la paura per la propria vita o per quella del bambino, oppure la sensazione di non essere stata ascoltata. Una frase come «l’importante è che il bambino stia bene», detta per rassicurare, rischia di mettere in ombra ciò che la madre ha attraversato. Ricordi che tornano, incubi o il bisogno di evitare ciò che riguarda la gravidanza, possono segnalare un disturbo post-traumatico, che richiede una valutazione. Anche chi ha assistito al parto può restarne segnato. Nella mia pratica, lavoro individualmente, in studio e online, con chi porta il peso di quell’esperienza.
Che cosa non è stato detto, di quel giorno, perché tutto era “finito bene”?

Il lutto non procede per fasi ordinate. Si alternano momenti in cui il dolore occupa tutto e altri in cui si torna alla vita di ogni giorno, perfino a ridere. Anche i momenti di tregua fanno parte del lutto, benché a volte ci lascino con un certo senso di colpa. Il legame con chi non c’è più cambia forma senza interrompersi, e la persona perduta può tornare a visitarci nei sogni, pensieri, impressioni. Quando, dopo molti mesi, il dolore resta così intenso da paralizzare la vita quotidiana, si parla di disturbo da lutto prolungato. In psicoterapia, in presenza nel mio studio o se necessario anche online, il lutto può essere preso in carico e ci si può permettere di seguire i suoi tempi, senza la fretta di superarlo.
Che forma ha preso, oggi, il legame con chi non c’è più?

Il lutto anticipatorio è il dolore di chi comincia a vivere una perdita prima che avvenga, per esempio accanto a una persona cara con una malattia inguaribile o una demenza che la cambia poco per volta. Nella demenza la persona è insieme presente e assente, e questa perdita ambigua è difficile da piangere perché manca un momento in cui riconoscerla. Capita di pensare al dopo, o di desiderare che la sofferenza finisca, e di sentirsi in colpa per questo, anche se sono pensieri frequenti che non tolgono nulla all’affetto. Nel lavoro psicoterapeutico, presso il mio studio oppure online, può essere riconosciuto un dolore che intorno passa spesso inosservato, perché la persona è ancora qui.
Da che cosa ci si sta già congedando, senza che nessuno lo veda?

La morte di un animale con cui si è vissuto per anni può provocare un dolore intenso, che trova spesso poco riconoscimento dalle altre persone. Non ci sono riti né giorni di permesso, e una frase come «era solo un cane» basta a farci sentire ancora soli e incompresi. Con quell’animale se ne va una presenza che dava ritmo alle giornate, dalle passeggiate del mattino al rientro a casa, e a volte un pezzo della propria storia, come gli anni dell’università o l’infanzia dei figli. Quando la fine è arrivata con l’eutanasia, al dolore si somma il peso di aver deciso al posto di un altro. In presenza in studio oppure online, questo dolore ha lo stesso diritto di ascolto di ogni altro lutto.
Chi ha potuto vedere, finora, quanto pesa questa assenza?